Riparliamo di fumo al ristorante? Solo quello dell’arrosto
Considerazioni partigiane” di un fumatore-commensale scritte un po’ per celia e un po’ per non morire…di divieti.
Ormai è fatta. Indietro non si torna. Seppure qualche deroga, in un Paese dove le deroghe sono consuetudine, è auspicabile. Tema: la guerra al fumo. Ovunque. Ma qui interessa in particolare il divieto talebano nei pubblici esercizi. L’ha scatenata l’ex ministro ed ex fumatore (il pentitismo redime, Ratzinger e predecessori docet) Girolamo Sirchia che a dispetto della sua immagine invero un poco tristanzuola e dai termini pacati quanto ipocriti, con questa legge ha avuto una visibilità mediatica che neppure il Cavaliere con tutte le sue Tv e tutti i suoi giornali. Ma evidentemente male gliene incolse perché alla prima occasione ha dovuto fare le valige. La prima occasione maiuscola è apparsa su tutti i giornali (leggi: assegni by Swiss); la seconda, altrettanto maiuscola,
è stata stoppata sul filo di lana dal suo collega Alemanno che si accorse per tempo dell’“editto” apparso sul sito del Ministero della Salute che intendeva proibire (ma gradatamente perBacco) anche gli alcolici, al che Gaia, Antinori, Zonin e compagnia enoica hanno rischiato l’infarto. Un’altra, questa volta minuscola ma esilarante era quella di voler misurare la pancia degli italiani (secondo il Ministro tutti a rischio obesità) con un centimetro offerto gentilmente dal Ministero (qualcuno ventilò di farlo sponsorizzare da una griffe adeguata alla posizione dell’epa, ad esempio D&G) da veicolare tramite i maggiori settimanali ormai contenitori d’ogni stravaganza.
Tornando al divieto, tra i diversi commi del diktat c’era l’obbligo di delazione da parte di gestori, proprietari, sommelier, camerieri, lavapiatti, guardarobiere, entreineuses e cubiste di presidiare gli italici pubblici esercizi contro i moderni “untori” denunciandoli all’Autorità giudiziaria. I proprietari di questi locali, di cui sono note la modestia e la timidezza, hanno declinato l’onore d’essere nominati sceriffi senza stella e senza paga disturbando persino il potente pasticcere Billé e la Fipe affinché dall’alto del loro autorevole ruolo informassero ufficialmente il Ministero della dolorosa rinuncia a questa importante e delicata mansione. Appena il buon Girolamo se ne andò, la supplica venne accolta.
Ironie a parte veniamo al dunque analizzando il problema-fumo da un’altra ottica, differente, certo, da quella cavalcata dai proibizionisti del senza se e senza ma. Dunque: considerando che è finita da un pezzo la grande fame post bellica, chi va al ristorante spendendo fior di quattrini lo fa perlopiù per una autogratificazione, ma il “Vietato fumare ai sensi del ddl…” di gustarsi una sigaretta la tarpa con brutalità vanificando spesso il piacere del pranzo o della cena. Si osservino i comportamenti del fumatore al ristorante (ma vale anche per la trattoria, la birreria, il wine bar, il bar e via ristorando). Guardiamolo: è nervoso anche se ha invitato la sosia dell’Arcuri per poterla corteggiare compiutamente in una atmosfera adeguata; si ingozza in fretta e furia e spesso rifiuta altre portate a discapito dell’esercente per scappare… non con l’avvenente signora ma per fumare, cosa che evidentemente lo rilassa.
Oppure si alza dal tavolo un paio di volte si mette (d’inverno) sciarpa e cappotto per gustarsi l’amata sigaretta. Tossico e stupido? Forse entrambe, anzi due volte stupido, perché per fare queste contorsioni, per subire queste auto-costrizioni un po’ umilianti, spende un bel mucchio di sonanti euro. Ha ben voglia tentare di non fare il pecorone e accendere egualmente la sua sigaretta. Un coro di salutisti con all’ingresso Suv, pik up, monovolumi e maximoto (che, ça va sans dire, non inquinano perché notoriamente il benzene è come l’aria dell’Adamello) strillano “dagli all’untore” facendogli fare la figura dell’attentatore alla salute pubblica.
E i ristoratori, piccoli, medi, stellati e forchettati? Fanno il pesce in barile. Poi in questi giorni sono in fibrillazione per ben altri seri motivi: sono in uscita le (s)guide e chi può corre davanti alle telecamere a ricevere le lodi dei presentatori che però, ricordandosi d’essere anche giornalisti, graffiano impetuosamente con domande brutalissime del tipo: “Non è un po’ caro il suo menu degustazione a 150 euro vini esclusi“? oppure “Ma lei la trippa l’ha mai cucinata“? Roba da tramortire anche il più algido e dialetticamente preparato degli chef come, tanto per fare un esempio, il probiviro dell’Accademia della Crusca, Vissani.
E riguardo al fumo cosa rispondono (ovviamente a telecamere spente)? “La legge è legge” dicono in coro, ma nei privé si spipazza alla grande. Calo delle presenze? “Qualche coperto in meno, ma è la congiuntura”. Nessuno che si lamenti che non c’è un area fumatori? “Macché, tutti virtuosi”. E Lei, non ha mai pensato di crearne una? “Ma sa quanto costa? Chi me li da i soldi? E poi, sapesse la burocrazia“. Sono sazio. Vado fuori a fumare.
Giuseppe Cremonesi
da massimo
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