“Sentori” di Camilla Baresani
Probabilmente dovete viaggiare oggi. O anche solo utilizzare la ritirata. Insomma, 5 minuti per sbirciare Magazine l’inserto del Corriere della Sera, non dovreste far fatica a trovarli. Secondo la giornaliera Notizia di Papillon [link] vergata, forse sì-forse no, dal giornalista Paolo Massobrio, dovreste trovarci qualcosa di familiare.

Non fatevi distrarre dallo sguardo del prodigioso sciatore Giorgio Rocca (vedi copertina di Magazine) e fiondatevi a pag. 56 per divorare “Non tollero più i fanatici dell’intolleranza gastronomica”, colonna di Camilla Baresani dove può capitarvi di leggere, tra l’altro:
In attesa di istruzioni, tuttavia, anch’io comincio ad avere una serie di intolleranze alimentari, sia pure di genere solo lessicale. Parlando con Massimo Bernardi, autore del più brillante dei blog dedicati al tema del cibo (www.peperosso.info), abbiamo isolato una serie di termini che ormai rischiano di provocare drammatiche crisi di rigetto, simili a vere e proprie allergie.
Trovate tutta la colonna di seguito, ma l’estratto qui sopra, ecco, ci sembrava parecchio significativo.
Non tollero più i fanatici dell’intolleranza gastronomica, di Camilla Baresani
Il cibo può risultare indigesto non solo in sé e per sé, ma anche per motivi “esterni”. Ecco un esempio. Tempo fa vengo invitata a cena da un’amica italianissima e d’origine ebrea; un’altra ospite si era offerta di portare qualcosa di cucinato che servisse di rinforzo: ma, a causa di un fraintendimento, anziché una focaccia con la scarola aveva preparato una teglia di riso patate e cozze, tipico piatto della tradizione pugliese. Bene: nello sgomento degli invitati (nessuno dei quali d’origine ebrea), la teglia è rimasta chiusa nel sacchetto ed è tornata a casa con chi l’aveva cucinata. Abbiamo così appreso che fra i cibi religiosamente scorretti per gli ebrei non c’è solo il maiale (come per i musulmani), ma anche i ruminanti con unghie non biforcute (per esempio cavalli e conigli), i volatili non rapaci (poco male: mai sentito parlare di civetta arrosto), tutti i pesci privi di squame e lische (e qui la lista è impressionante: si va dalla pescatrice allo storione con relativo caviale, dall’anguilla alle sogliole e ai calamari, fino ad arrivare alle famigerate cozze). Verrebbe da dire: se la padrona di casa non voleva mangiarle, libera di farlo, ma gli ospiti… C’era però un ulteriore ostacolo, quello cioè delle stoviglie: perché – per mantenersi kosher – piatti, posate e pentole non devono venire contaminati da vivande “anomale” né da miscele di carne e latte, anche quando carne e latte vi vengano in contatto in tempi diversi. Se non si dispone di un servizio in vetro (che resiste alla sterilizzazione senza rompersi), per purificare le stoviglie bisogna portarle alla sinagoga perché subiscano un bagno rituale. Dunque il riso patate e cozze non poteva essere consumato se non a manate direttamente dalla teglia, anche se comunque la sua stessa permanenza nella casa era sconveniente. Per un ebreo, ci è stato spiegato, la casa è infatti il luogo più puro, dove non devono succedere quelle cose che fuori sono invece tollerabili.
C’è inoltre da dire che, nel clima di generale incarognimento post-11 settembre, ormai anche persone dall’apparenza laica si arroccano nella difesa di tradizioni che a noi allibiti spettatori sembrano tuffi nel medioevo, mentre a loro paiono doverose difese della propria identità. Ci si aspetta dunque che da un momento all’altro papa Ratzinger dica anche a noi cattolici cosa è lecito mangiare.
In attesa di istruzioni, tuttavia, anch’io comincio ad avere una serie di intolleranze alimentari, sia pure di genere solo lessicale. Parlando con Massimo Bernardi, autore del più brillante dei blog dedicati al tema del cibo (www.peperosso/info), abbiamo isolato una serie di termini che ormai rischiano di provocare drammatiche crisi di rigetto, simili a vere e proprie allergie. Tra le combinazioni più usurate spicca “degustazione enogastronomica” (tipica delle fiericciole e manifestazioni “folk” di cui pullula la penisola). Insopportabile poi l’abuso della specificazione “del territorio” per aumentare il valore del prodotto. Persino la pubblicità del vino in tetrapak, nel tentativo di valorizzarlo, lo definisce “del territorio”. E di cosa mai dovrebbe essere? Se nella versione italiana il termine richiama il linguaggio amministrativo-comunale (“interventi sul territorio”), in quella francese, “terroir”, usata da alcuni giornalisti, evoca patetici snobismi da gregario.
Nel campo del marketing vanno per la maggiore altre due definizioni , evidentemente ritenute già di per sé capaci di attirare frotte di compratori: una è “tipico”, l’altra, più urticante, è “goloso”. Un ritrovo goloso, un pomeriggio goloso, un’idea golosa. Fra gli abusi (anche di copyright) segnaliamo “giacimento gastronomico”, inventato da Veronelli negli anni ’60 e ora sfruttato con sommo accanimento dai suoi eredi putativi.
Infine due termini che si riferiscono al mondo del vino. “Autoctono”, associato in modo automatico a vitigno, quasi a voler far credere che l’essere autoctoni nobiliti il risultato. E “sentore”, il peggiore di tutti: ampio o ristretto, di frutta matura o di brezze erbacee, il “sentore” è il cavallo di battaglia del sommelier-poetastro, che lo utilizza per lanciarsi in lirismi raccapriccianti.
[Club di Papillon] Immagine: Corriere.it
da massimo
Ultimo commento:
di Intollerabili intolleranze gastronomiche di Pasqua | Dissapore il 01/1/70
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gennaio 26th, 2006 at 16:08
ah ah ah ah ah …bello!….effettivamente ……
chiudo il locale e prendo una capanna fra i boschi…sembra che li’ possiamo usare il termine tipico!…. :—)
gennaio 26th, 2006 at 17:35
Per approfondire la questione, invito a leggere senz’altro “Buono da mangiare” di Marvin Harris, che cerca di dare una spiegazione a molti tabù alimentari.
gennaio 26th, 2006 at 18:14
Un raccontino divertente ed istruttivo sul cibo kosher si trova anche sul penultimo numero di “Buffet” a firma di un famoso cuoco (Angiulli di Biella, se non sbaglio).
Altro articolo con spiegazioni varie e dettagliate anche sull’ultimo (pardon, più recente, Raspelli fa scongiuri) numero.
gennaio 26th, 2006 at 19:24
caro Leo, non é escluso che sia l’ultimo, o al massimo il penultimo…
gennaio 27th, 2006 at 08:14
Forse no, forse si ? La vergo io la Notizia di Papillon, ogni mattina, nel 98% dei casi, neve abbondante compresa. Buona giornata
Paolo Massobrio
gennaio 27th, 2006 at 13:33
Certo che leo e chambertin sono davvero addentro alla realtà delle cose.
gennaio 27th, 2006 at 14:04
Ringrazio Paolo Massobrio della citazione e Tommaso Farina del suggerimento libresco. Oggi non esco causa neve, ma non vedo l’ora di comprare e leggere il libro che ha citato.
gennaio 28th, 2006 at 15:12
tommy, leo non lo conosco, ma sciamberten ci scrive su buffet…
gennaio 28th, 2006 at 15:14
Ah.
gennaio 28th, 2006 at 16:20
x tommasofarina e chambertin
da semplice lettore spero che l’avventura di “Buffet” continui ancora per molto perchè, come ho avuto modo di dire altre volte, gli articoli mi piacciono (anche se un po’ di cattiveria in più nelle recensioni non guasterebbe); certo l’impaginazione e la grafica sono retrò, anzi proprio brutte ma c’è tempo per migliorare… o no ?
x Paolo Marchi
da suo affezionato lettore, spero di avere l’occasione di conoscerla presto.
Saluti
Leo
febbraio 6th, 2006 at 10:52
già l’articolo citato mi sembra particolarmente sgradevole nel farsi paladino del disprezzo delle tradizioni altrui; già si dà per scontata una cosa che scontata non è (il papa, soprattutto in periodo di pasqua, dice eccome ai cattolici, e quotidianamente, cosa andrebbe mangiato e cosa no; che poi i cattolici se ne freghino, per lo piú, è un altro paio di maniche); già è logicamente saltellante (un punto su tutti: dove è scritto “volatili non rapaci” si intende invece “volatili rapaci”, che sono appunto quelli non kosher). ma la piú grande idiozia di tutte sta nel attribuire perfetta apertura mentale gastronomica ai non religiosi – agli italiani tutti, si suppone, purché non ebrei (o musulmani?). e di tutto il bailamme di quattro estati fa sulle bistecche di cane mangiate in corea, ci ricordiamo ancora?
febbraio 27th, 2006 at 16:53
AHIME’, SONO IO…O LUI, A SECONDA DEL PUNTO DI VISTA DA CUI “MI” SI GUARDI O LO “SI” GUARDI! TENIAMO PRESENTE CHE IO (LASCIAMO STARE GLI “EX-”, “EX-”, “EX-” ECC. ECC.) SONO UNA PERSONA MOLTO COMUNE, E GIUDICO E PARLO COME LE PERSONE COMUNI…CERTO, IO AMMIRO LA BARESANI COME SCRITTRICE E COME SIGNORA, ANCHE SE DALLA VAGA ARIA PIU’ CHE DI SCRITTRICE, DI “ISTITRICE BRESCIANA”: MA IO, CRITICO LETTERARIO QUASI-MANCATO, SONO ANCHE AMMIRATORE DI CELINE E DI EZRA POUND, MA LI GIUDICO ENTRAMBI ANTISEMITI, IL PRIMO “FILO-NAZISTA” ED IL SECONDO “FILO-FASCISTA”. L’ “ISTITUTRICE BRESCIANA” NON E’ CERTO NE’ FILONAZISTA NE’ FILOFASCISTA, MA HA SCRITTO CONTRO IL CIBO KASHER E L’OSSERVANZA DA PARTE DEGLI EBREI DEI PRECETTI ALIMENTARI: E CIOE’ HA SCRITTO UN PEZZO “OGGETTIVAMENTE” ANTIEBRAICO! SE SARA’ INVITATA A CENA DA UNA AMICA ISLAMICA, E SARA’ CRITICATA O RESPINTA PERCHE’ PORTA DUE BOTTIGLIE DI VINO ED UNA OTTIMA TORTA-PIZZA AL PROSCIUTTO, E LEI PROTESTERA’, DIRO’ CHE LA SUA PROTESTA E’ OGGETTIVAMENTE “ANTI-ISLAMICA”.E SPERIAMO BENE PER LEI! FC
febbraio 25th, 2006 at 14:57
Oggettivamente è un “pezzo” antiebraico!
febbraio 27th, 2006 at 12:06
Ciao, Fino a dicembre trovavo il Domenicale e i bellissimi articoli di Baresani in biblio.
Chiedo se esiste la possiblità, on line, di continuare a leggere gratuitamente Baresani?
Ricordo il ‘report’ da un ristorante siculo, rido ancora ora. Complimenti e grazie. Mario (da Genova)
aprile 10th, 2009 at 13:18
[...] e il pesce senza spine (dallo storione alle sogliole fino alle cozze). C’è un ulteriore divieto, le stoviglie non devono essere contaminate dalle vivande proibite. Se per esempio si vuole [...]