Il rosso e il nero — 40 anni di Doc: difenderle o rottamarle ?
Belli i blog, attivano la discussione! O il confronto. O il battibecco. O il bisticcio. Cose che a occhio, non mancavano su Peperosso, ma annusta la fattibilità , perchè non allestirne altri? E chi sarebbero i “rivali”? Due dei nostri esperti di vino: Fiorenzo Sartore e Franco Ziliani. Opposti per convinzione o per esigenze di copione? Decidete voi seguendo Il Rosso e il Nero, la nostra nuova serie per wine-lovers. Tema del n.1: i 40 anni delle DOC.
| IL ROSSO |
Vero, abbiamo le Doc. E pure le Docg. Sono arrivate alla fine degli anni ‘60 (ma poche, alla spicciolata, mica tutte assieme) con un ritardo secolare rispetto ai cugini francesi, e per anni non hanno riguardato i grandi vini, siccome il concetto di cru, qui da noi, nessuno l’ha mai introdotto e probabilmente non lo vedremo mai. Guarda, basterebbe prendere ad esempio Sassicaia, uno dei nostri vini-icona; per anni, fieramente, vino da tavola. Dopodiché, quando ormai tutto il mondo aveva finito di ridere, introducono una Doc: Bolgheri. Che? Bolgheri chi, scusi? Ah, gia’, il territorio di Bolgheri, Sassicaia diventa Bolgheri Doc; alleluja. E intanto nascono come funghi altri Bolgheri Doc; e intanto arriva un produttore che fa un Bolgheri con una gradazione alcolica maggiore rispetto a Sassicaia; e infatti, ex lege, in etichetta reca il nome Bolgheri Superiore; Sassicaia invece no, lui resta inferiore. Vi basta? Vogliamo magari parlare del curioso concetto di Denominazione di Origine Controllata e Garantita? Lo spiegate voi al cliente straniero (a me è toccato) come mai abbiamo una denominazione che è solo controllata, ed un’altra che è pure garantita? “Scusi, ma l’altra, non me la garantisce?”. E poi, i consorzi. Un amico mi avvisava tempo fa di un Barbaresco in vendita a 4 euri (dìcesi quattro). Il consorzio di questa prestigiosa di-o-ci-gì pensa che sia normale? Insomma, morale della favola: le Doc non sono garanzia di qualità ; non sono nemmeno quel gran che di garanzia circa l’origine. Parafrasando D’Azeglio (c’è chi si crede Napoleone, io mi accontento) abbiamo fatto le Doc, ora bisogna fare i vini. Invece, quando sento dire “è dòc!” per definire qualcosa fatto a regola d’arte, brr, ho un brivido. E si continuano a bere sconosciuti vini da tavola e vaghe Indicazioni Geografiche Tipiche a livelli stellari, mentre prestigiose Docg finiscono ignominiosamente nel lavandino.
| E IL NERO |
Reputo la legge 164 che regola le denominazioni d’origine (Doc e poi Docg) molto migliorabile e applicata solo parzialmente. Sostengo però, al contrario di Fiorenzo, che con tutti i loro difetti, (numero eccessivo, autoreferenzialità , denominazioni che esistono solo sulla carta e andrebbero pertanto revocate), i marchi di origine continuano a rappresentare la base solida su cui il vino italiano deve fondare le proprie sorti. L’istituto delle denominazioni d’origine ha molti nemici (purtroppo anche tra i produttori) che giudicano le Doc come una palla al piede, ostacolo anacronistico al libero intraprendere, alla fantasia commerciale. Nemici che preferirebbero essere liberi, come in alcuni casi fanno, andando contro la legge, di produrre Barolo corretti Merlot o Petit Verdot o Brunello di Montalcino al profumo di Montepulciano o di Nero d’Avola, o vini Doc “taroccati”, fatti con uve provenienti da diverse regioni. E miscelate dall’abile wine maker di turno. Per questo motivo resto, come lo sono nel caso delle AOC francesi, e delle DO spagnole, un tenace sostenitore delle Doc, che devono essere avvertite come un patrimonio comune, tutelate seriamente e difese da abusi, promosse e comunicate con intelligenza in Italia e all’estero. Questo non per rimanere arroccati su singoli territori e piccole patrie, ma perché le Doc e le Docg costituiscono uno dei tesori su cui il vino italiano può contare. Per tentare di vincere la concorrenza, fortissima, implacabile, dei competitor stranieri, contro i quali un’ipotetica Igt Italia, che qualcuno propone, sarebbe comunque perdente .
da massimo
Ultimo commento:
di Filippo Ronco il 01/1/70
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febbraio 17th, 2006 at 00:42
Non penso che le DOC & DOCG italiane siano da rottamare, questo no, ma da ripensare, rivedere, correggere, e finalmente comunicare in modo decente, questo sì. Alcune non vengono prodotte o non lo sono mai state (ricordo la Pentro d’Isernia DOC, chissà se esiste ancora?), altre hanno contenuti quasi ridicoli in quanto a rese per ettaro e confini (tipo Vermentino di Sardegna DOC, confini, tutta l’Isola).
Bisognerebbe cominciare col far rispettare quelle già esistenti, già questo sarebbe un grande successo, poi si potrebbe iniziare ad introdurre ulteriori specificazioni all’interno di alcune DOCG che hanno una grande infinità di terroir, diversi tra loro, forse le De.Co di Veronelli sarebbero un bel passo avanti, ma soprattutto a me piacerebbe vedere, come sul modello francese, una classificazione di merito dei vari terroir…ma questo, per adesso, credo sia utopia.
Quello che però emerge è che alla grande massa, dopo 40 anni, non è ancora chiaro cosa siano esattamente le denominazioni di origine: o non interessano e quindi non vengono percepite come un valore aggiunto o non sono state comunicate nel modo migliore.
febbraio 17th, 2006 at 10:28
Prima di tutto, complimenti per la nuova rubrica
Sul tema sono d’accordo con Ale quando afferma che non sono state comunicate nel modo migliore, ma mi viene anche il dubbio che NON si vogliano comunicare, perchè quando i consumatori sono più informati sono anche più esigenti…
Ciao,
max
febbraio 17th, 2006 at 16:35
Con riferimento all’editoriale di Ricci sull’ultimo numero di Bibenda appreso via Franco Tiratore : domanda.
Perché per forza lo strumento doc – docg deve essere considerato avulso da implicazioni relative alla qualità ? Almeno questo sembra di capire da parte di quanto scrive Ricci. Ho sempre pensato, molto probabilmente sbagliando ma mettendomi dalla parte del consumatore, che più che stravolgere la mentalità di chi compra (spesso docg = qualità ), sarebbe molto più semplice assecondarla facendo sì che le denominazioni, oltre che strumento a garanzia dell’orgine divenissero – con poco sforzo – anche strumento per la garanzia di qualità (per esempio con commissioni di degustazione più rigide, serie, selettive). Attualmente siamo anni luce da questo purtroppo. Posto lo stesso commento anche su Peperosso dove apprendo della nascita di un’interessante nuova rubrica.
febbraio 17th, 2006 at 14:52
Il problema della comunicazione delle DOC appartiene alla sfera dell’incapacità di fare marketing e quindi comunicazione sul vino. La DOC andrebbe vista come il complesso di requisiti che costituiscono il valore (qualità ) di un marchio identificabile dal consumatore con un territorio (che poi si incrocerà con il marchio dell’azienda). Va rovesciata la logica di costruzione della DOC, partendo da come essa è percepita e compresa dal mercato e organizzando al meglio l’offerta dei produttori del territorio. In questo, come dice giustamente Franco Ziliani, la DOC funziona quando rappresenta l’origine vera del vino: territorio e vitigni. Il consumatore e gli operatori non vogliono sapere altro.
Complimenti per la rubrica.