Perchè non possiamo non dirci territoriali (e autoctoni)
| IL ROSSO |

E allora l’ho fatto, ho portato a casa il Camelot di Firriato [link] e l’ho aperto. E mi è pure piaciuto. L’ho fatto apposta, sapevo di aprire un vino disapprovato, colpevole di pugnalare alle spalle l’ultimo diktat: che il vino sia territoriale e autoctono, oppure non sia. Uno strano modo di essere controcorrente questo culto dell’autoctono; è un conformismo dell’anticonformismo. Sia chiaro, la riscoperta del vitigno territoriale dal punto di vista commerciale è vincente: in un mondo enoicamente “cabernettizzato”, il Nebbiolo che genera l’inimitabile Barolo è una benedizione. Ma cosa succede se il comportamento virtuoso diviene prima moda, poi intolleranza? Basta frequentare qualche comunità online (una su tutti, il Forum del Gambero [link]) per verificare la divisione in conventicole. L’etichetta del Camelot, più di altre, sembra ironicamente diventata l’icona negativa per l’enologically-correct, una specie di lettera scarlatta destinata a chi tradisce il credo dell’eno-evoluto: vino territoriale e, soprattutto, autoctono. Chiediamoci perchè. Camelot è un tipico esempio di vino ipertrofico, muscoloso come un bodybuilder, quindi eccessivo. Dal colore inchiostro, fino al corredo aromatico denso e marmellatoso, per finire con la bocca che, più che “polputa”, direi quasi solida. Dove sta il problema? Semplice, questo vino è troppo global, è troppo ludico, è troppo conformista. Il fatto di derivare, poi, da Cabernet e Merlot è il definitivo marchio di infamia: non è autoctono. Con buona pace di tutti quelli che lo amano; che sono i veri anticonformisti, ormai.
Fiorenzo Sartore
| E IL NERO |

Il culto dell’autocnono (il mio, per esempio) sarebbe “conformismo dell’anticonformismo”, secondo Fiorenzo. Aggravato magari dalla nostalgia (la mia, per esempio) dell’antica Arcadia viticola, dove di Cabernet, Merlot, Chardonnay non c’era ancora traccia. EPPURE io trovo scandaloso e imbecille che sia la Sicilia, oggi – dati alla mano – la regione che conta sul maggior numero di ettari vitati a Cabernet Sauvignon, in Italia, e la seconda per il Merlot. EPPURE, io continuo a pensare che vini come quello che Fiorenzo ha citato, siano interessanti solo per la “beddissima” proprietaria dalla scollatura birichina (Vinzia Firriato, ndr) [link]. Per il resto li defineirei non solo banali, noiosi e inoffensivi, ma anche dannosi per il vigneto Italia. Al Camelot di Fiorenzo oppongo la FREISA, come farò in una degustazione in Valtellina il 23 marzo. E’ un vitigno autoctono, terrigno, piemontese e langhetto, che per esempio, il mio caro amico Mauro Mascarello [link] (ovvero quanto di più antimoderno, vecchio Piemonte e avanti Savoia sia possibile!) produce da un vigneto in Castiglione Falletto, affinandola in botti di rovere di Slavonia (barrique? No grazie!) per circa 15 mesi. Bevuta oggi, nella versione del 2002, la Freisa di Mascarello con i tannini che mordono, i profumi autunnali e nebbiosi, è il più autentico antidoto ai vini piacioni, marmellatosi e buonisti. E pure all’imperialismo vitivinicolo cui è sacrosanto opporre, con un filo di campanilismo, di orgoglio nazionale e municipale, il culto dei vitigni autoctoni, perbacco !
Franco Ziliani
da massimo
Ultimo commento:
di liloniadriano il 01/1/70
preferisco un bel merlot friulano oppure una solida chiavennasc...
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marzo 7th, 2006 at 08:10
Malox, non colgo la sua ironia. Io la Serata Freisa la terrò comunque (e gli organizzatori non hanno avuto problemi a raccogliere circa 80 adesioni…). Ho fornito l’informazione pensando di fare cosa gradita a chiunque leggesse questa uscita del Rosso e Nero e per dimostrare come di Freisa si parlasse (e soprattutto la si bevesse) in giro…
Nessuno la obbliga di certo a partecipare, se ritiene la serata poco interessante ed il prezzo eccessivo…
marzo 7th, 2006 at 01:13
un vino spalmabile….con sentori perfino di vernice….un bicchiere basta ed avanza….sara’ perche’ sono innamorato dei vini di struttura ma nervosi, sara’ perche’ a me i vini che si siedono dopo un quarto d’ora non mi convincono….
marzo 6th, 2006 at 23:37
Il discorso di Fiorenzo, di fondo, non lo condivido, anche se tira fuori temi interessanti, forse un po’ triti e ritriti. La questione non è la demonizzazione sempre ed a tutti i costi dei vari merlot, cabernet, chardonnay, syrah etc… in terra italica, detto che ci sono zone nelle quali codesti presunti imputati vengono coltivati da tempo immemore, ben prima di mode di vario genere e titolo e che danno origine a vini di assoluta bellezza.
La questione è, quanto meno per me, quella di voler produrre un vino secco, da pasto, ma inabbinabile a tavola e quindi anche a pasto, col cibo, perchè stucchevole ed ingombrante già quasi alla fine del primo bicchiere.
Volendo, non mi interessa neanche sapere da quali vitigni è fatto, la questione è che quel vino rappresenta l’esatto contrario di ciò che un vino dovrebbe essere a tavola: un buon compagno in grado di accompagnare i piatti o addirittura esaltarli quando si fosse di fronte ad un vero fuoriclasse.
Che poi il Camelot sia diventato una sorta di marchio, un termine di paragone negativo, per chi vuole distinguersi e darsi arie da enoevoluto, può anche essere, rimane, che il Camelot, è un vino di cui si farebbe tranquillamente a meno, così come del Roscetto, autoctono che più autoctono non si può, chiamato Ferentano e prodotto dalla simpatica Falesco di Mister Cotarella, vino bianco che alla cieca potrebbe essere scambiato per un pessimo chardonnay del nuovo mondo, debordante ed infastidente dopo poco.
marzo 7th, 2006 at 00:02
30 euro per qualche freisa e un piatto caldo, che occasione.
Speriamo ci sia ancora qualche posto, che fortuna aver letto quel post così appropriato…
marzo 7th, 2006 at 01:04
Il mio sbiadito ricordo del Camelot mi porta alla mente un vino del tutto lontano dal concetto di bevibilità ed eleganza. Due caratteristiche importanti per un vino. Imprescindibile la prima per qualsiasi vino degno dell’aggettivo “buono”, necessaria la seconda per quei vini che ambiscono anche all’eccellenza. Un sorso surmaturo, opulento e stanco che di certo non invoglia a proseguire l’esperienza. Questa la mia piccola opinione.
marzo 8th, 2006 at 11:31
Caro Adriano un vino è equilibrato quando la dolcezza egualglia la somma delle componenti acide e/o amare. Se prevale l’acido o l’amaro è disequilibrato. Certo che se bevi un Camelot con la crema di piselli di anestetizza il palato di sicuro….Ciao
marzo 8th, 2006 at 10:36
se per te e’ equilibrato il camelot….io lo trovo eccessivamente alcoolico e piacione….evidentemente abbiamo un impatto gustativo diverso….tengo a precisare che non voglio fare il pignolo, non sono ne’ un sommelier ne un produttore, io parlerei di empatia enologica, a me certi vini siciliani non piacciono, preferisco un salina ad un planeta oppure il vino di seconda fascia della firriato il s,agostino, voglio insomma che il vino mi stimoli la beva, non che mi anestetizzi il palato come una bomba
marzo 8th, 2006 at 09:48
A proposito di vini veri e di grandi interpreti del terroir, segnalo a tutti gli amici del Barolo e della Langa un ricordo di Bartolo Mascarello, ad un anno dalla sua morte, pubblicato sul mio blog:http://blog.virgilio.it/weblog.php?idPostZoom=P440e89847e4a2
caro Bartolo, non ti dimenticheremo mai…
marzo 8th, 2006 at 08:45
Per Adriano….anche io sono nato al nord però mi piacciono vini consistenti integri e sopratutto equilibrati. Mai capitato che dopo un’ora il Camelot perdesse polpa con quella consistenza che si ritrova!! Tienilo sempre in carta è la Sicilia e l’uva in bocca. Ciao
marzo 8th, 2006 at 01:37
per angelo…..io sono nato nel nord sono abituato a vini erbacei e tannicamente nervosi….il camelot l’ho in carta ma non mi piace…..devo ammazzarmi? ciao….
il difetto di molti vini del sud e’ che esplodono al momento assaggiateli dopo un oretta e ditemi dove sono finiti la polpa ed i profumi….
vuoi dei nomi blasonati ?
merlot di cusumano lo chardonnay di planeta il camelot ecc….
grazie a dio esiste ancora la biodiversita’ gustativa….
marzo 6th, 2006 at 15:13
E bravo Fiorenzo Sartore. Quello poi che conta è il bicchiere è lui l’ultimo giudice, tutto il resto è corredo…
marzo 6th, 2006 at 15:30
Fornisco altri dettagli sulla Serata Freisa che si svolgerà la serata del 23 marzo presso il Ristorante La Tavernetta di Castione Andevenno, appena prima di Sondrio, in collaborazione con l’A.I.S. locale.
Dieci Langhe Freisa in degustazione (Vajra, Brezza, Brovia, Comm. G.B. Burlotto, Beppe Rinaldi, Bartolo Mascarello, Cavallotto, Gigi Rosso, Giacomo Conterno – una rarità, l’ultima annata prodotta – e naturalmente Giuseppe Mascarello). Costo della serata, con abbinamenti gastronomici e piatto caldo, 30 euro. Per iscrizioni e informazioni: 335 5299403 natalecontini@libero.it
Credo ci siano ancora dei posti disponibili
marzo 6th, 2006 at 14:49
Bravo Franco Ziliani.
Aggiungerei: Kye di (Aldo e Milena) Vajra e, per i nostalgici irriducibili, la Freisa (nebbiolata) di (Bartolo) Mascarello.
marzo 7th, 2006 at 15:05
Eccoli quelli del vino di struttura ma nervosi??? che si siedono??? per forza sono stanchi. Eccoli quelli dei vini iperacidi già ossidati e aranciati senza nerbo e struttura. Vini entrati in bottiglia già sfibrati da disciplinari sorpassati e che con il tempo non potranno che peggiorare. E criticano un vino come il Camelot con tutta la Sicila dentro. Un vino pulito integro di morbida polpa, speziato, cassis e clorifilla nei profumi, una forza della natura. E poi la consistenza e che consistenza. Ma li assaggiate i vini o li bevete???? Mah!!
marzo 8th, 2006 at 16:22
ah ah crema di carciofi forse….
preferisco un bel merlot friulano oppure una solida chiavennasca….