Brancolando nel bujo(ne)

Nell’Alto Viterbese, “a bujone” si preparano il coniglio o il cinghiale, facendolo cuocere a fuoco basso con sale e pepe, rosmarino, vino bianco e qualche pelato, allungando con brodo o acqua calda.
In riva al Trasimeno, la sorte del bujone tocca alle lumache; stesso procedimento, stessi ingredienti, impreziositi del finocchio.
Nel “Bujone amiatino dei minatori di Castell’Azzara“, poi, la guest star è l’agnello.
Occhei, ora sai cosa è il bujone. L’etimologia riporta al “bollire di molte cose diverse, alla rinfusa”. Corrisponde.
Illuso.
A Civitavecchia, come al solito, il bujone… beh, il bujone è tutt’altro.
Nella fattispecie, una zuppa di mosciarelle bollite in acqua aromatizzata con l’alloro e alcuni fichi secchi (fonte: Breviario di cucina civitavecchiese)
Qua sembra c’entri, etimologicamente parlando, il francese bouillon, brodo, introdotto forse dai funzionari francesi di stanza presso le cave d’allume di (omen nomen) Allumiere.
Tra l’altro, paese circondato da fitti castagneti, dai quali venivano le castagne essiccate utilizzate nella zuppa. Il cerchio si chiude.
Alla fine, non si può mica brancolare nel bujo(ne) per sempre.
da Fabrizio Gabrielli
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