Ricette veloci

E io mi faccio il vino….

Questo disse Giuseppe Caneva quando, deciso a ridare vita al terreno acquistato in Chianti, seppe che per metter su un agriturismo la parte “agri” significava dover produrre qualcosa.
La vigna c’era e ristrutturando le pietre della severa e serena architettura agreste, meditava di rivitalizzarla, ampliarla, e lasciarle sprigionare la sua magica vocazione.
Per tigna, prima che per affari.

Infatti, cominciò con la testardaggine di chi si è fatto da sé, partendo da un nord-est che ora produce ricchezza ma, da sempre, la concede a chi se la suda.
Certo, qualche problema a tramutare un pellettiere ex pianista di Arzignano in fattore chiantigiano, anche perché il Chianti non è generoso con i piccoli investitori forestieri, salvo consegnarsi a sterline e marchi sonanti con la snobberia che copre un furbo provincialismo; il quale farà pure la sua parte nella conservazione di quelle stupefacenti bellezze, ma talvolta presenta risvolti local-corporativistici di sapore quasi altoatesino.
Ma oggi a Castellina in Chianti vive “Il Cerreto” in un’amena conca che da un versante guarda al paese vecchio, dall’altra alla fuga delle colline senesi. Nel borghetto ( anche un molino diroccato sul torrente che canta nel fondo della proprietà, abbeveratoio eletto di cinghiali e volpi e fagiani e scoiattoli…) sarebbe nato il Santo locale, tanto che una processione lo includeva nel suo percorso. Certo il luogo è benedetto e mansueto complice della leggenda.
Le pareti della conca trionfano nei filari vecchi restituiti a nuova vita e nei nuovi impiantati con l’aiuto di quotati professionisti e senza risparmio di braccia dallo stesso Giuseppe.
Da qualche anno uvaggi schietti sangiovese e merlot fioriscono, la cui abbondanza viene limitata per la qualità , che il prestigioso giovane enologo ispira e il disciplinare vigila.
E che si trasferisce generosa e aulente nei bottini e nei vetri di Chianti Classico DOCG e Rosso Rubino IGT. Oso dire che quest’ultimo, nel suo genere, sorprende ancor più del primo, pur buono e di grande onestà di colore, profumo e sapore.
Oso pensare che l’intrepido Càneva ( in veneto significa “cantina”; sunt nomina rerum! ) inconsapevolmente abbia dato un senso in più alla sua sfida, ed ai prosperosi fianchi del Cerreto – sette ettari di vite, produzione 2006, 30.000 – abbia chiesto di dare il meglio nello stillare il suo sangue meno blasonato, chè l’altro è doveroso farlo uscire buono, questo vi facciamo vedere noi. E regala infatti profumi e gusti che questa terra celava e conservava in attesa che un pellettiere, pianista avventuroso, ne venisse a solleticare l’orgoglio e a destare le zolle carnose e opime.
Succede, quando la vigna diventa tigna e diventa amore: ”la vite si alleva, non si coltiva”.
In Nuova Zelanda ed in Inghilterra i primi avidi clienti, al Vinitaly 2007 i primi successi di critica.
La distribuzione è avara con gli artigiani, il Cerreto si può annusare attraverso mail (ilcerreto@tiscali.it) e così ordinare (euro 7.50 ogni esemplare trasporto compreso, ma a qualche amatore di prodiga beva qualche facilitazione potrebbe essere concessa).

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lug  07
19
alle 08:09
da Massimo Chieli


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