Copyright?…o semplicemente onestà intellettuale?

Eravamo quattro amici al bar (G. Paoli) e davanti ad un caffè corretto alla sambuca commentavamo quanto Eleonora Cozzella (Repubblica) ha scritto riguardo alla questione del copyright applicabile in cucina.
Dato che nessuno degli astanti era economista (né tantomeno prono ad adottare siffatti punti di vista) filosofeggiavamo trascendendo l’affermazione di Paolo Marchi quando dice che “se Fulvio Pierangelini potesse avere un euro per ogni Passatina di ceci copiata oggi sarebbe ricco, molto ricco”.
Più che una questione di copyright, ci dicevamo, sembrerebbe trattarsi di semplice onestà intellettuale.
Il plagio, è opinione diffusa e altamente condivisibile, è una pratica senza dubbio deprecabile. Ma forse quella del copyright è la strada più tortuosa (e, burocraticamente parlando, macchinosa) da intraprendere.
Basterebbe allora un po’ di buon senso da parte dello chef o chi per lui stili il menu.
Non solo citando l’inventore (in termini markinghettari si dovrebbe dire “il detentore del know-how”), ma anche, perché no, i produttori delle materie prime utilizzate, assemblate, strutturate e destrutturate all’interno del piatto.
Ci è sembrata una conclusione tanto logica quanto elegante. Ci è venuto subito in mente – perché ne eravamo gioiosamente usciti qualche sera prima – il Ristorante Cuore a Roma, che in una pagina web del suo sito (nonché su la carte) indica con schietta trasparenza i nomi ed i cognomi di tutti i suoi fornitori.
Forse, in questo modo – avulso dalla dinamica del diritto d’autore – né il cuoco né il produttore saranno più ricchi.
Ma il consumatore avrà scoperto qualcosa di nuovo, e se si troverà a passare dalle parti di quel tal frantoio o di talaltro caseificio artigianale, una visita o un pensiero la farà di sicuro.
Voi non lo fareste?
da Fabrizio Gabrielli
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