Siamo quello che… ma cosa siamo?

“Noi siamo quello che mangiamo“, scrisse quella volta Feuerbach, consegnando alla storia il più sputtanato aforisma gastroantropologico.
Fedele a questa linea è il Comune di Roma, che con il progetto “Ogni mese… un paese” si è ripromesso -startup mercoledì scorso con Byriani vegetale, Pollo speziato, lenticchie con curcuma e budino di latte e riso dal Bangladesh- di portare nelle mense delle scuole cittadine i piatti tipici di otto comunità etniche diverse, dall’Albania al Perù, dalla Cina al Marocco.
Se siamo davvero quel meltin’ pot che andiamo professandoci, la consapevolezza d’esserlo deve partire dall’età più giusta (l’adolescenza) e nel modo più piacevole (a tavola), dove la curiosità è un valore aggiunto.
Ma siamo davvero così curiosi, a tavola? E se lo siamo, abbiamo trasmesso il sacro fuoco della gourmandise-addiction ai nostri figli?
Sembrerebbe di no, stando a quanto riporta Tea Maisto sulla cronaca romana di la Repubblica di Domenica scorsa.
Genitori che paventano serrate nazionalistiche, petizioni antiglobalizzanti, anacronistici autodafé.
C’è chi dice sia il riflesso della paura del nuovo e dell’altro.
“Ah, no, mio figlio conosce le differenze tra i cibi!”, m’ha detto l’altro giorno la vicina di casa. “Distingue senza problemi il tonno in scatola da 250 grammi da quello in latta formato famiglia”. Però, come sia fatto un tonno, non gliel’ha mica mai detto nessuno. Nonostante il disegnino sulla confezione.
Welcome to hell.
da Fabrizio Gabrielli
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