nuove tendenze

Madrid Fusion 2008

Si terrà dal 21 al 24 gennaio il VI Summit Internazionale di Gastronomia che, quest’anno, prende il titolo (originalissimo) di “Gastronomia, Internet e le nuove tecnologie“.
Insomma, coseiberiche ma non troppo, dato che il connubio tra web e gastrofilia è stato ed è argomento di discussione, almeno una volta, di ogni gastroblog italiese che si rispetti.

I nostri Scabin e Pierangelini, accerchiati da un parterre des roix tutto ispagnoleggiante (da Torreblanca all’immancabile Adrià, da Juan Mari Arzak a Quique Dacosta), interverranno nella quattrogiorni di conferenze che verteranno sui temi più disparati, dalle nuove tecniche di cucina ad argomenti più spinosi come “la necessità di mantenere bassi i prezzi dell’alta cucina”.

Ma a farla da padrone saranno soprattutto i temi strettamente legati alla tecnologia.
Su alcuni facile trasformarsi in maitres-à-penser tanto quanto in allenatori al bar dello sport.
Quale futuro per la vendita di vini su internet? E i blog sono o non sono la nuova frontiera della critica gastronomica?
Altri, strettamente legati all’attività ristorativa, forse forniscono spunti più interessanti. Quali prospettive per i sistema di prenotazione on-line? E per gli equipaggiamenti hi-tech in cucina ed in sala?

Per concludere, un omaggio alla cucina scandinava trendy e ai telecuochi (Jeamie Oliver in testa).
Insomma, un finale da starlettes.

A Madrid, dal 21 gennaio.

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gen  08
8
alle 10:30
da Fabrizio Gabrielli

Ultimo commento:

di marco il 01/1/70

tratto da un articolo di My best life

Essere e apparire sono i corrispondenti di reale e deside...


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3 Commenti to “Madrid Fusion 2008”

  1. marco dice:

    non pensi che l’alta cucina sta sconfinando nella troppa creatività e nella perdita oggettiva dell’umore princiale di ciò che si cucina? esiste ancora la cucina territoriale? la globalizzazione non sta cancellando la tradizione? l’alta cucina non pecca di artificiosità e tende all’effetto? e l’effetto a volte è inganno

  2. Anonimo dice:

    mondo variegato, quello gastronomico. Sull’esistenza della cucina territoriale mi sento di dire sì, esiste ancora, ed è un bene che le due tendenze coesistano. La globalizzazione, poi, non cancella. L’omologazione lo fa. La glob, semmai, espande e porta testimonianze. Infine, sull’artificiosità… io penso che bisogna saper tirar di spada quanto di fioretto.
    Touché.

  3. marco dice:

    tratto da un articolo di My best life

    Essere e apparire sono i corrispondenti di reale e desiderato, ciò che siamo e ciò che vorremmo essere o ciò che vogliamo che gli altri pensino che noi siamo.

    Quasi tutti seguono, nel loro vivere, un mix di essere ed apparire, ognuno con le sue percentuali e modalità dell’uno e dell’altro elemento. E’ molto difficile tornare indietro in quanto, abituati a proporci per ciò che ci sembra più opportuno, o necessario, non ci siamo più dedicati a capire la nostra realtà, cioè come siamo realmente e tanto meno ci siamo adoperati per migliorarci sul serio, tutti presi dal migliorare quell’immagine che dovevamo “vendere” di noi.

    Riprendere l’abitudine alla sostanza, ritrovare l’abito mentale di relazionarci con la realtà, con le persone reali e non con la loro immagine, è un percorso che può essere faticoso e non breve. A volte poi, l’impegno nei confronti dell’apparire è così grande che finiamo per credere anche noi di essere come vorremmo apparire, restiamo così noi stessi vittime della mistificazione. A questo punto riprendere il contatto con la realtà può diventare anche doloroso e ammettere che siamo tutt’altro da quello che avremmo desiderato può costare caro in termini psicologici, ma è un passaggio inevitabile se si vuole intraprendere la strada del risanamento.

    Tutti i giorni, la realtà che impattiamo, in mille occasioni è apparenza, anche nelle cose più banali: la tazza di cioccolata calda non contiene, se non in parte minima, cacao ed è una bevanda che sembra cioccolata: ha il colore ed un vaghissimo sapore di cioccolata, ma è fatta con surrogati, cioè sostanze che fanno pensare che sia cioccolata, ma che in realtà nulla hanno a che fare. La frutta e la verdura sono belle, ma hanno poco sapore e poco profumo, ma noi le prendiamo per mangiarle, non per guardarle. La maggior parte dei piatti pronti vuole essere qualche cosa di cui non c’è più traccia se non vagamente nell’aspetto, non certamente negli ingredienti e nei rispettivi dosaggi. Il meccanismo è quello di prendere l’elemento caratterizzante, se non si può sostituire del tutto, metterne la minima dose necessaria per essere accettata dal mercato, e per il resto, via con i surrogati, i sostitutivi! Addirittura molte persone hanno imparato avendo come esempi questi imbrogli, per cui, poste poi davanti all’originale non lo riconoscono o, spesso, non lo apprezzano, magari perché troppo “forte”. In questo caso sono in gioco due elementi: il primo è di tipo economico: produrre le cose come andrebbero fatte costerebbe troppo (comunque darebbe meno utile) sia per gli ingredienti che per il tempo; il secondo si poggia sulla convinzione che la maggior parte della gente non sa, e comunque è disposta a sacrificare la qualità per la comodità. Alla base di tutto rimane l’ignoranza, il non sapere, che porta a rinunciare alla qualità anche quando non ce n’è bisogno.

    La qualità è importate, molto più importante di quello che spesso si crede e solo in alcuni casi è un lusso, nella maggior parte è disponibile a tutti perché è un modo di essere e, molto spesso non costa (in senso lato) di più. Facciamo un esempio: per fare due spaghetti buoni ci vuole lo stesso tempo e la stessa fatica che per farli cattivi, basta sapere come fare. Certo, per chi trova che comunque tutto sia sempre faticoso, e il non fare alcuna fatica sia la cosa più importante, tutto questo discorso non ha senso, e se non ne vorrà trovare beneficio (è una fatica !) non saremo certo noi ad imporglielo. La sua vita sarà il frutto del suo modo di essere, delle sue scelte e di quelle degli altri nei suoi confronti, ed in ogni caso il suo conto, lo pagherà sempre lui.

    La qualità è un modo di vivere. Non intendo un atteggiamento maniacale che rende sempre la vita meno piacevole, ma penso a quell’atteggiamento che ci porta a scegliere, quando si può, la qualità migliore rispetto a quella peggiore, lasciandoci capaci di fruire al meglio possibile anche di ciò che è più scadente. Per scegliere però bisogna sapere, conoscere e ciò presuppone a sua volta l’essere curiosi. Curiosità, conoscenza, stare meglio.

    La qualità è indispensabile, non possiamo farne a meno, tanto che anche quando ne neghiamo l’esigenza, questa ritorna per altre strade, magari camuffata, ma ancora più prepotente.

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