Soave e Baccalà, Divino
Avete mai bevuto un bianco soave “ribollato”, nel senso che già dal profumo riuscite a cogliere una setosa corposità poco distante da quella che si respira con la ribolla ?
Ebbene, se non avete ancora incontrato un soave così e soprattutto l’abbinamento ideale che se ne può fare, il suggerimento è quello di andare a pranzo da Franco Favaretto nel suo Baccalàdivino. Un locale della terra ferma veneziana, dall’aspetto per niente glamour, e nemmeno supponente ma dove il soave di Vicentini viene proposto quale degno compagno di viaggio per un gran tour nel mondo del baccalà. Cibo che viene dai mari del nord ma che da secoli ha trovato in terra veneta una delle sue patrie adottive insieme alla Campania. Ma lì è tutt’altra cosa, come lo è la falanghina con cui solitamente lo accompagnano, e non si è a casa dello schietto Favaretto.
Cuoco nato, che dell’arte di lavorare il Gadus morhua, nome del pesce che diventa baccalà o stoccafisso, ne ha fatto quasi una missione. O meglio, dopo aver assaggiato i suoi baccalà, senza quasi.
Come del resto confermato da Paola Scandagliato che, suggerendovi il soave e spiegando quel poco che le resta da dire sui piatti che si succedono in tavola e dei quali non vi abbia già raccontato il suo consorte, vi dirà, con innamorato dire, che l’amore di Franco per il baccalà è pari a quello per i figli.
Una passione che viene da lontano quanto i tre quarti di secolo di questo storico locale di Mestre. Oggi faro per i golosi del baccalà ma un tempo negozio di alimentari dove, il Franco bambino, sentiva papà Favaretto suggerire alle massaie, che compravano lo stoccafisso, di batterlo sempre con vigore prima di acconciarlo in tutte le maniere che fantasia cucinaria possa suggerire. E quella di Franco Favaretto, quando si trova un merluzzo fra le mani, essicato o sotto sale che sia, va ben oltre e hai voglia di dire che è solo stoccafisso per gli uni o baccalà per gli altri e non, invece, Baccalàdivino
da Strami
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