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Chianti Rùfina, eccezioni e regole

Confesso che da un invito per una degustazione di chianti Rùfina, mi sarei aspettato di trovare dei calici un tantino più eleganti, tanto più che la splendida sala del complesso mediceo di Villa La Massa, scelta dai 23 produttori del consorzio Chianti Rufina per una due giorni da ricordare, non era certo di seconda scelta, anzi.
Tolto questo, giusto per trovare un difetto a tanta impeccabile organizzazione, e dimenticato il sacrificio di qualche colorato riflesso vinoso che solo il fine cristallo sa dare, non appena le bottiglie di Rùfina sono state sbloccate, e il chianti versato dai sommelier ha cominciato a fluire nei bicchieri, l’attenzione è ritornata immediatamente sull’essenza dell’invito ricevuto.

Gustare e assoporare chianti d’annata, prodotti fra i comuni di Pelago, Sieci, Pontassieve, Diacceto,Molin del Piano, Pomino, Rufina, Londa e Dicomano, qualche decennio fa da storiche aziende di un consorzio Rùfina che oggi, annovera 23 etichette DOCG. Alcune delle quali, ben più neritevoli dello spazio che invece viene loro concesso da molti winejournalist o pennaioli, come dicono in terra toscana.

Impegnati, talora, più nel citarsi l’un l’altro con scritti sbrodolosi e autoreferenziali piuttosto che nella difficile arte di svegliare i sensi dei distratti e spiegare loro quanta verità e poco artificio ci sia nel colore, nel gusto e nel profumo del vino; quando è buono e fatto con passione.

Penso, per esempio, al Poggio Gualtieri riserva 1988, con il suo 95% di sangiovese con un restante merlot e cabernet sauvignon, che non mi sono stancato di odorare, nonostante avessi appena smesso di sentire i profumi più carichi del riserva Val di Sieve Lavacchio 1999, presentato per primo, con il suo 5% di cannaiolo, il 10% di merlot e sangiovese a completare l’opera.

Sentori sicuramente più entusiasmanti dell’eccessiva profumazione di umidità fungina, inspirata invece dal riserva 97 di Villa Bossi.
Forse, dovuta ai troppi legni del soggiorno in botte, prima, e barrique, poi.

Profumi comunque piacevoli e non confrontabili con quelli del Montesodi 91 dei Frescobaldi, dove, a condurre il gioco dei profumi del quarto bicchiere, c’era l’eleganza più aristocratica dell’odore di frutta e fiori.
Nota di nobiltà presente anche nei più forti umori sprigionati dal Selva Piana riserva 1985 servito come sesto assaggio, anticipato da un altra annata Villa Bossi del 90, prima di entrare ancora più dentro ai chianti di Rùfina con la riserva Travignoli dell’83.

Certo, il troppo alcol salito dalla bottiglia per un attimo ha impensierito ma, dall’ultima annata di un chianti Rufina dove ancora si metteva l’uva bianca, in ragione di un 8%, non si poteva certo pretendere di di avere a che fare con un vino da prendere sottogamba.
Come pure paicevolissimo, è stato il respirare il riserva Banda Rossa della storica Conti Spalletti, targato 1981.

Vino e marchio che mi ha portato indietro di qualche decennio.
Quando, per tentare di comprarmi una Laverda sf ‘73, leggevo quel nome di chianti sulla carta dei vini che mettevo in tavola ai danarosi ospiti del ristorante dell’hotel dove avevo trovato lavoro in tempo di vacanze scolastiche.

Ma anche se questa è un altra storia, ricordo ancora che a quei tempi non c’erano in giro tutti i super tuscany di oggi.

I quali, se non odorano di fiori macerati, di carne, carruba, rabarbaro, castagna, fungo secco o porcino appena colto, tartufo nelle diverse varietà, pelo di cane bagnato, polvere da sparo, cesti di selvaggina morta o quel che più v’ispira … neanche a parlarne.

Cosa che non succedeva con i toscani d’allora e che il consorzio di Rùfina, degno rappresentante delle docg fra le sette specificazioni dell’intera toscana, ha voluto rimettere sul banco di assaggio per la seconda edizione dell’anteprima del chianti Rùfina, in quel di Villa La Massa.

Otto perle, senza tante aggiunte e aggiuntive sinuosità, molto in voga per dare rotondità a un vitigno verace e storico, come il sangiovese, man mano che è cresciuto l’export e l’ascesa di questo simbolo di italica toscanità.

Il quale, non per forza, deve sempre fornire un vino da 13 gradi o più.
Men che meno subire le regole di uno winestar system che, come tutte le regole, confermano sempre le eccezioni.
Ovvero quelle degustate e delle quali, se avrete ancora voglia di chianti vi dirò… prossimamente.

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nov  08
22
alle 08:20
da Strami

Ultimo commento:

di il 01/1/70

Bene allora fa piacere non essere stato il solo e che dalla mia parte ci siano anche i favori di ...


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2 Commenti to “Chianti Rùfina, eccezioni e regole”

  1. Roberto Giuliani dice:

    Dicevi del Dreolino…è fra quelli che ho apprezzato di più. Schietto, molto chiantigiano ma non banale, vivace, fresco, tannino giusto, tanta frutta, forse solo nel finale è un po’ “breve”.
    Ciao

  2. Anonimo dice:

    Bene allora fa piacere non essere stato il solo e che dalla mia parte ci siano anche i favori di Roberto Giuliani.

    A proposito, per la cronaca e per la curiosità di chi non sa ancora cos’è il Dreolino, il commento di Roberto Giuliani nasce dal fatto che non si poteva non leggere quanto scritto e corredato da foto nel suo Esalazioni Etiliche e mandargli un commento su un dei chianti, il Dreolino, presentato in anteprima.

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