Vini

Oggi si stappa: Piedicero

buonaLe uve vengono raccolte seguendo un calendario che da la precedenza agli acini dal sapore vagamente erboso del Merlot, seguono quelli del Carmenere, dalla buccia più consistente che racchiude una polpa dall’animo decisamente più “verde”, per ultimi, quelli di Cabernet Sauvignon, che riportano equilibrio nel sentore di erba, lasciando uscire la complessità odorosa di piccoli frutti rossi.
Fatto questo e pigiate le uve, lasciate a fermentare sulle bucce per una quindicina di giorni, il vino viene passato a fil di legno fino allo scoccare dei dodici mesi, assemblato nel cemento, in ragione di più Cabernet, meno Merlot e ancor meno Carmenere e infine, invasato nei vetri sui quali vien posta l’etichetta di Piedicero.
Con tanto di tappo tecnico che fissa il lungo lavoro e le scelte decise in vigna da agronomo ed enotecnico – Filippo Giannone e Andrea Boaretti – che curano i guyot e i cordoni speronati dell’azienda di Stefano Gris e le passioni di qualche altro amico che con lui, hanno dato il via alla grisswine alle produzioni di bianco, moscato e il rosso i.g.t.
Stappato, quest’ultimo, per queste righe ma anche per dire cosa ne penso a uno degli amici di Gris che ha voluto farmene omaggio qualche giorno fa.
Ebbene, se invece di una bottiglia fossero state due, l’avrei capito meglio…

Nel senso che questo Piedicero si presta ad essere bevuto senza tanti problemi pur viaggiando sui 14 gradi di un alcol ben inglobato nelle morbidezze del cabernet, lasciando decantare le forze boschive del carmenere e pareggiato dall’intermediazione di un merlot che sembra dare il giusto colpo al cerchio e alla botte.
Fatta di legni che per il Piedicero, non danno fastidio e non sopravvanzano su uno spirito genuino che tuttavia non sembra avere quella decisione di terroir che si sente ma non colpisce. O meglio, che a distanza di giorni, fatichi a ripescare nella memoria delle papille; anche rifotografando la bottiglia vuota.
Colpa della cattiva memoria – può essere – o di qualche altro passo ancora da fare verso una maggior decisione caratteriale per un rosso che ne ha la possibilità.

Cosa che sicuramente è stato fatto in questa vendemmia 2009 rispetto all’annata 2006 di cui vi ho dato conto, dandone conto all’amico che è avvisato: atttendo la vendemmia 2009.
Magari, all’apparenza ruffiana della morbidezza di questo vino, al suo contatto con il palato e le papile, è stata dato un attimo di mistero in più, costringendoti a rimestare la lingua per capire cos’è quel quid che non riesci a identificare ma ti colpisce e ne fai memoria.
Per ripescarlo, nei file delle sensazioni, e continuare a cercarlo. anche a bottiglia ormai vuota.

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ott  09
18
alle 07:25
da Strami


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