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A casa di chi fa grappa da quattro generazioni
Giornata interessante quella che attende un cospicuo numero di giornalisti enogastronomici il prossimo 5 febbraio nelle distillerie di una delle aziende produttirici di grappa fra le più note e antiche d’Italia.
Più di cento anni di storia per una passione tramandata per quattro generazioni in quel del trevigiano: dal bisavolo Antonio al nonno Giuseppe al padre Bonaventura, all’attuale amministratore unico e appassionato distillatore Italo che oggi, con Anna e Andrea, figli di Italo, è già al lavoro la quinta generazione.
Nel corso della giornata di studio i convenuti vestiranno i panni dei distillatori e impareraano dal vivo come dalle preziose uve passite nasce una delle grappe italiane più apprezzate.
Insomma un appuntamento al quale non rinunciare e che seguiremo per voi, dandovene conto nei prossimi giorni.
da Strami
Torcolato, vino dolce che si spreme a gennaio
Di colore è ambrato e dall’intenso profumo di miele e di uva passita che lascia trasparire delle note di vaniglia, il suo nome è Torcolato ed è un tipico vino dolce ottenuto da uva vespaiola, talora accompagnata seppur in misura minore da altre tipiche uve quali tocai, garganega, pedevenda o durella.
Uve particolarmente diffuse in quella parte del Veneto, alle pendici dei vicentini colli Berici, che proprio in questa stagione vivono il loro momento di dolce gloria grazie al Torcolato e alla manifestazione che lo celebra e lo festeggia in pompa magna ormai da quindici anni.
Luogo dell’appuntamento, la cittadina di Breganze dove, a partire da sabato 16 gennaio e per tutta la domenica del 17, si può degustare questo vino che prende il nome dal metodo utilizzato per conservare i grappoli raccolti che vengono appesi a delle travi in soffitte ben areate tramite una coppia di spaghi su cui ogni grappolo viene attorcigliato ( “torcolato” ) e lasciato a riposare fino alla fase della spremitura che, con il nome di “Primo Torcolato” avviene pubblicamente proprio durante la manifestazione, nel pomeriggio della domenica.
Inutile dire che oltre ai gusti e sapori di albicocche secche, scorze di agrumi, datteri, mandorle dolci e mele del Torcolato, l’occasione è buona anche per altre piacevolezze come i formaggi e i salumi di una zona collinare e pedemontana che fra i suoi vanti annovera pure la famosa soprèssa.
da Strami
Quando chiedete fontina, siate precisi
Sarà la Fontina, o meglio le fontine, le protagoniste dell’incontro organizzato dalla regione Valle d’Aosta che per il 25 novembre a Saint-Vincent con inizio alle 17.00 presso il centro Congressi del Grand Hotel Billia.
Un momento di approfondimento, questa la promessa di chi cura l’evento “Io sono le fontine”, legato alla diversità e alla versatilità di questo formaggio e al concorso dedicato alle fontine d’alpeggio divenute, oltre che formaggi dop, uno dei simboli più fondanti della produzione agroalimentare delle Valle d’Aosta.
Un formaggio, la fontina, che grazie alle sue molteplici peculiarità riesce a rispecchiare ogni singolo piccolo produttore locale che, dai caseifici agli alpeggi in quota, tutti insieme danno origine ad un prodotto dalle mille personalità ma accomunate da un’unica identita.
Che, per l’occasione, sarà spiegata da Paolo Massobrio, enogastronomo e già autore della GuidaCriticaGolosa 2010, presentata al Golosaria di Torino, e che può rivelarsi particolarmente interessante per conoscere più da vicino le tante fontine che ci sono in giro.
Alcune delle quali non hanno mai visto la Valle d’Aosta.
da Strami
Croissants, un successo… “crescente”
Guest Star di ogni colazione che si rispetti, il cornetto!
Riuscite ad immaginare di meglio, al fianco dell’immancabile cappuccino mattutino?
Oltre ad essere innegabilmente goloso, il Croissant (letteralmente, “crescente”) ha alle sue spalle anche una storia bizzarra.
da Fabrizio Gabrielli
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di GIANNI il 01/1/70
Profiterol (e profiterole) tra storia e leggenda
Portato sugli scudi dalla haute pâtisserie d’oltralpe, il profiterole (o profiterol, prophiterole, profiterolle – tutte le grafie sono accettate e largamente documentate) ha, e forse non tutti lo sanno, umilissime origini.
L’etimologia, tuttavia, è quanto mai incerta. Sembrerebbe che il primo uso attestato si riferisse ad un tipo di “pane ripieno cotto sotto le ceneri”.
da Fabrizio Gabrielli
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di Daniele il 01/1/70
C’è Whisky e Whiskey

Allo scozzese non fare sapere quanto è buono l’whisky con la “e”.
Con questo motto si potrebbe riassumere il “revanscismo dei distillati” che da sempre anima il popolo del kilt.
E se ne è accorto anche il fantascientifico colonnista “vinoso” e “spiritoso” del NY Times, Eric Asimov, floodato di commenti risentiti da parte dei clan delle Highlands quando s’è azzardato ad utilizzare whiskey e non whisky parlando del distillato di malto, del loro distillato di malto.
No way.
C’è Whisky e Whiskey.
da Fabrizio Gabrielli
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di marco il 01/1/70
Chirimoyas, frutti tropicali d’Andalusia

Supponiamo che abbiate messo in programma una puntata in Ispagna, per ammirare le più belle Cose Iberiche. Del Chirimoya ignorate ancora l’esistenza.
E che abbiate scelto l’Andalusia, terra estremamente affascinante, magari per perdervi nell’atmosfera rarefatta di un’Alhambra visitata alle luci del primo mattino.
Prima di inerpicarvi per i giardini pensili, raccomandiamo un desayuno bello abbondante. E non lasciatevi sfuggire un morso ai Chirimoyas.
Come il kiwi, non è certo il frutto che scegliereste al solo guardarlo esteriormente. Eppure il Chirimoya de la Costa Tropical de Granada-Màlaga è un frutto molto delicato e piacevolmente dolce, da mangiarsi ben maturo dopo averlo tagliato a metà, con un cucchiaino.
La cooperativa Herco-Frut ha pure tentato la via di marmellatizzazione. Compito affatto facile, data la velocità con cui la polpa carnosa di questo frutto originale del Sud America tende ad ossidarsi. Nondimeno necessario, dacché ogni anno quintali di Chirimoyas, non consumati, vanno al macero.
Nonostante il festival che, ogni Ottobre, gli viene tributato nella cittadina andalusa di Almuñecar.
E voi, mai avuto l’onore di incrociare la strada del Señor Chirimoya?
da Fabrizio Gabrielli
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di modetso il 01/1/70
I Marroni di Marradi: tesori fra Toscana ed Emilia Romagna

Marradi è una cittadina appenninica, circondata da silenti castagneti, a cavallo tra Toscana e Romagna. Sarebbe uno dei tanti paesi “sconosciuti” della provincia italiana se non avesse due grandi “meriti”: aver dato i natali a quel poeta inquieto come il Novecento che è stato Dino Campana ed essere la patria del marron buono di Marradi, ovvero della più saporita e famosa delle castagne del Mugello toscano.
Frutto di ottima pezzatura, molto polposo, il marron buono di Marradi è considerato la varietà di marrone più apprezzata delle oltre trecento cultivar esistenti in Italia. I motivi di tanta nomea vanno cercati, oltre che nelle dimensioni, nella dolcezza della castagna e nella sua grande versatilità in cucina: perfetto per le caldarroste, ma anche per realizzare torte e castagnacci. Dal sapore antico, tutto da riscoprire, sono le “ballotte”, ovvero i marroni di Marradi, fatti bollire in acqua abbondante aromatizzata, a seconda delle scuole di pensiero, o con foglie di alloro o con semi di finocchio
da Michele Marziani
Il lombone, salume-capolavoro della norcineria umbra

Il salume lombone è uno dei più “casalinghi” tra i capolavori della norcineria umbra. Niente a che vedere con i tanti lombetti o capocolli che vengono prodotti nell’Italia centrale. A conferire la principale patente di unicità al lombone ci sono le dimensioni: questo morbido salume viene infatti prodotto con la parte superiore del dorso del maiale, un bel maiale pesante il cui lombo intero può pesare 5 chili per un metro di lunghezza. Dalle dimensioni al nome, ovviamente, il passo è breve. Più difficile è trovare qualche “reperto” una tradizione ormai sperduta tra le campagne dell’Umbria, nella memoria di vecchi contadini e anziani macellai.
Il lavoro per produrre un buon lombone non è poco. Il pezzo di carne va infatti massaggiato a mano, usando del vino rosso, durante la preparazione. Poi viene aromatizzato con sale, vino rosso, pepe, aglio e un pizzico, ma proprio poco, di peperoncino. Viene stagionato per tre mesi e si presenta morbido e profumato, grasso al punto giusto, raffinato e casereccio.
Alla bontà del lombone non viene fatta però giustizia su internet. Wikipedia non gli dedica nemmeno una voce e anche le ricerche su Google danno poco o nulla. Scavando però abbiamo scoperto Eudoro, un’azienda alimentare che lo produce e distribuisce. Non avendolo provato però, sospendiamo l’assenso.
da Michele Marziani
Latteruolo

Nel tentativo di recuperare un buonissimo dolce al cucchiaio del passato, diffuso tra Romagna, Marche e Toscana, ecco la ricetta del latteruolo o casadello, dal suadente sapore di latte. D’infanzia, verrebbe da dire. Per mezzo litro di latte occorrono cinque uova. Di quattro si usa solo il tuorlo, l’altra va usata intera. Fate bollire il latte e lasciatelo raffreddare. Sbattete le uova. In un recipiente in alluminio, adatto anche per il forno, abbondantemente imburrato, unite, mescolando in continuazione, le uova, il latte, un poco di scorzetta di limone grattugiata, un pizzico di sale, mezz’etto di zucchero, noce moscata e cannella. Mettete sul fuoco, a bagnomaria, mescolando di continuo con il cucchiaio di legno, sempre nella stessa direzione. Quando comincia a solidificarsi, coprite con carta d’alluminio e passatelo in forno a terminare la cottura. Il dolce finito deve risultare solido. Servite dopo averlo lasciato raffreddare.
da Michele Marziani
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di Michele Marziani il 01/1/70






